IL MISTERO DEL SECONDO LETTO DI SHAKESPEARE

William Shakespeare

 “Tra moglie e marito non mettere il dito”, recita il famoso proverbio. Ma io, visto che sono una professorchessa, il dito ho deciso di metterlo eccome! E non nei problemi di una coppia qualunque, ma in quelli dei celeberrimi signori Shakespeare, per parlarvi di un mito che mi ha sempre fatto sorridere e pensare. E ho deciso di partire proprio dalla moglie.

Si chiamava Anne Hataway, proprio come l’omonima attrice, la quale ha un marito che, se non fosse per la capigliatura, potrebbe sembrare un redivivo Shakespeare. E anche se qualche fanatico vede nella coppia hollywoodiana odierna la reincarnazione di quella inglese del Cinquecento, io ci vedo solo una grande coincidenza, per cui non mi fermo ulteriormente.

Il discusso testamento

William sposò Anne nel 1582 quando la sposina era già in dolce attesa. Il loro non sembra essere stato un matrimonio troppo felice, anche se produsse altri due figli, e la prova inconfutabile, almeno per alcuni studiosi del bardo, fu il suo testamento. 

Redatto il 25 marzo 1616, fu scritto dall’avvocato Frances Collins su tre fogli ed è, tra le altre cose, l’unica testimonianza della firma originale del grande drammaturgo. In questo testamento Shakespeare si rivelò un vero tirchio, infatti, se si esclude una delle due figlie, non concesse quasi nulla a nessuno se non bricioline. Ma il vero punto forte fu il lascito alla moglie che consisteva nel loro “secondo letto con il mobilio”. Insomma, niente soldi, case o autografi di opere letterarie, solo un misero letto e forse un comodino e una cassapanca.

Nei secoli la fantasia degli esperti e degli appassionati di Shakespeare si è liberata, ma le posizioni sono sostanzialmente due: quella di chi pensa che il poeta fosse stato costretto ad un matrimonio riparatore che poi portò avanti per salvare le apparenze e che nel testamento si sia vendicato di anni di vita infelice accanto ad una donna per altro più vecchia di lui; e quella di chi invece si ricorda che a quel tempo il secondo letto era quello maritale (il primo era destinato agli ospiti), per cui quel lascito sarebbe stato un gesto di grande affetto, considerando inoltre quanto poco contassero le donne e soprattutto le mogli dei grandi e riconosciuti artisti le quali più che altro vivevano all’ombra dei mariti famosi e dovevano limitarsi a sfornarne i figli.

Un possibile e intrigante percorso

E allora proprio da qui si può partire per presentare uno dei grandi miti legati a Shakespeare, perché agli studenti i gossip piacciono da morire e io, quando posso, li cerco e li propongo in classe: la curiosità per gli affari degli altri è forte a qualunque età, e alla fine sono proprio i pettegolezzi quelli che ci fanno ricordare con maggior simpatia i grandi nomi che noi prof propiniamo a scuola.

Ma è bene stimolare i diversi punti di vista, per cui, come seconda tappa, proporrei di far leggere il sonetto 145 di Shakespeare che così recita:

Those lips that love’s own hand did make
Breathed forth the sound that said “I hate”
To me that languished for her sake;
But when she saw my woeful state,
Straight in her heart did mercy come,
Chiding that tongue that, ever sweet,
Was used in giving gentle doom,
And taught it thus anew to greet:
“I hate” she altered with an end
That followed it as gentle day
Doth follow night, who like a fiend
From heav’n to hell is flown away.
“I hate” from hate away she threw,
And saved my life, saying “not you.”

Come si vede, nel penultimo verso, che tradotto dice “dalle parole “Io odio” ella scacciò ogni odio”, il poeta pare giocare proprio con il cognome della moglie. Nella poesia il riferimento è ad un languore, una sofferenza dell’innamorato, che poi si trasformano in sollievo grazie alla donna che dice di odiare sì, ma non l’uomo che le dedica tali versi. E quindi, se il sonetto è davvero dedicato alla moglie Anne, esso farebbe pensare ad un rapporto tutt’altro che burrascoso.

Una ulteriore lettura interessante a questo proposito potrebbe essere quella del libro di Germaine Greer, “Shakespeare’s Wife” del 2007, nel quale l’autrice si fa paladina dell’amore e difende soprattutto Anne, cercando di ripulirne la memoria dalle parole denigratorie di una società misogina qual era quella in cui la donna visse.

E perché non far leggere ai nostri studenti anche il passo dell’”Ulisse” di Joyce in cui Stephen Dedalus parla di Shakespeare e dice (nella traduzione di Gianni Celati per Einaudi):

Ma dovremmo credere che l’autore di Antonio e Cleopatra, pellegrino appassionato, fosse così orbo da scegliersi la più trista sfinzia del Warwickshire solo per portarsela a letto? Ebbene: la lasciò e partì alla conquista del mondo maschile. Ma le sue donne-ragazzo sono in realtà le donne d’un ragazzo. La loro vita, i pensieri, la loro loquela sono tutti presi in prestito dai maschi. Ha scelto male? Era lui il prescelto, secondo me. Perché se le altre hanno il loro Will, Ann ha la sua way, la via che le pare (Hathaway). Caspita, è lei che ha la colpa! È lei che gli ha messo il cappio al collo, con la dolcezza dei suoi ventisei anni. E la dea dagli occhi grigi che si china sul giovane Adone, umiliandosi per conquistarlo, come un prologo all’atto maggiore, be’ quella dea è un’impudente frullona di Stratford, che si rotola in un campo di grano col suo più giovane amante”. Qui Joyce paragona William ad Adone: entrambi ammaliati da una tardona, anche se, al confronto con Venere, la povera Ann scompare…

Dalla parte dell’amore sta anche la poetessa Carol Ann Duffy che, rievocando quel famoso letto lasciato in eredità come pegno d’amore e non di tirchieria del marito verso la moglie, compose la poesia “Anne Hataway”, che vi riporto qui sotto nella traduzione di Andrea Sirotti e Giorgia Sensi per “Le lettere” del 2002:

ll letto in cui ci amavamo era un mondo vorticoso
di foreste, castelli, fiaccole, scogliere, mari
in cui lui si tuffava in cerca di perle. Le parole del mio amore
erano una pioggia di stelle cadenti come baci
su queste labbra; il mio corpo faceva col suo ora una rima
più dolce, ora un’eco, un’assonanza; il suo tocco
era un verbo che danzava in mezzo a un nome.
Certe notti sognavo che mi aveva scritto, il letto
una pagina sotto le sue mani di scrittore. Romanzo
e dramma recitati da odore, gusto, tatto.
Nell’altro letto, il migliore, sonnecchiavano gli ospiti,
sbavando la loro prosa. Vive l’amore mio, ride –
lo tengo della mia testa di vedova nel forziere
come lui teneva me in quel letto, non il migliore.

Come vedete gli spunti a favore o contro la signora Shakespeare sono molti, come molti sono i misteri legati al signore di Stratford-upon-avon, per cui ci ritroveremo presto a parlare ancora lui.

Ma per ora arrivederci e, come sempre, BUONE PAROLE A TUTTI!