Secondo me, la prima cosa da fare per imparare a scrivere storie è leggere le storie degli altri. E non solo quelle “belle” – o almeno quelle che la maggioranza dei lettori reputa tali – ma anche quelle mediocri e quelle decisamente brutte. Solo se si conosce il brutto si apprezza il bello, solo se inserisci le ombre vedi le luci, solo se mangi la trippa bollita poi apprezzi ancora di più le lasagne e gli agnolotti. E comunque c’è gente che ama alla follia anche la trippa, quindi forse questo ultimo esempio non vale per tutti.

Tornando a noi… io leggo di tutto. Anche quei libri che poi decido di dare via o di buttare nel cassonetto perché non mi sono piaciuti per niente. Uno di questi è stato “Il bosco degli orrori” di John Rector. Lo scovai un pomeriggio del 2016 all’edicola della Stazione di Porta Nuova, mentre bighellonavo per negozi in attesa del mio treno. Lo sceneggiatore di Blade Runner, D. Peoples, lo definiva “forte, cupo, perfetto. Una scrittura da maestro”, così lo comprai. Inoltre era in edizione super economica, di quelle che trovi alle stazioni o negli aeroporti, e quindi andava benissimo anche per le mie tasche. Lessi tre pagine, poi me lo dimenticai.

L’ho riesumato in questi giorni e forse avrei fatto bene a lasciarlo dove stava. Intendiamoci: non è scritto male, e fino ad un certo punto mi ha anche presa abbastanza. Si tratta di un thriller psicologico che racconta di un contadino che si sveglia tutto vestito nel suo letto e non sa come ci sia arrivato e non si ricorda che cosa abbia fatto nelle ultime ore. Poi va a farsi un giro e, nel suo frutteto, trova il cadavere di una ragazza del posto, Jessica, e crede di averla ammazzata lui. Perché l’uomo, dopo la morte della figlia in un incidente, è andato un po’ fuori di testa e ha cominciato a bere e poi ad avere le allucinazioni.

Decide di non dire niente a nessuno, perché teme di essere accusato. E fin qui ci sta. Poi però decide anche di indagare sulla morte della ragazza, e intanto il cadavere va in decomposizione. Inizia anche a vedere Jessica che gli parla, ma non è un fantasma, che almeno avrebbe dato una piega un po’ interessante alla storia, ma solo un’allucinazione. Per tutto il libro si va avanti con lui che ha le allucinazioni, che investiga da dilettante, che cerca di tenere lontana la gente ficcanaso dal frutteto. Alla fine spara per errore al suo amico poliziotto che ha trovato il cadavere e credendo di averlo ucciso si spara in bocca.

Nell’epilogo si scopre che il poveraccio non è morto ma è in uno stato pietoso, con la faccia tutta spappolata e senza un occhio. Il suo amico non è morto per ora, ma è in stato vegetativo. E chi era l’assassino? Non c’è nessun assassino! La Jessica era andata con due amici a impasticcarsi nel frutteto, ma era allergica alle pillole e così è schiattata di shock anafilattico e gli amici se la sono data a gambe lasciandola lì a putrefarsi sotto le piante.

Finale macabro e che lascia insoddisfatti. Nemmeno la psicologia del protagonista risulta poi così ben delineata e il lato poliziesco manca del tutto, salvo il fatto che ad un certo punto, dopo giorni che nessuno vedeva la Jessica, tutti si mettono a cercarla e organizzano delle squadre che prima di mettersi al lavoro si rimpinzano di cibo.

La scrittura è un po’ lenta, ripetitiva, noiosa a tratti.

Cosa ho imparato? Ho imparato che, a furia di leggere, ho affinato un po’ di senso critico. E anche che non fidarmi troppo dei commenti sulle copertine e delle stazioni ferroviarie.